Messaggio del Papa Benedetto XVI per la quaresima e sussidio per la quaresima.

«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24)

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Un tweet al giorno del Papa


Sussidio per la  quaresima
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Questo messaggio di Papa Bendetto XVI per la quaresima  è un invito a ispirare la propria vita al comandamento dell’amore quello che papa Benedetto XVI rivolge in vista della Quaresima. Il messaggio, presentato questa mattina in Sala stampa vaticana dal cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio consiglio “Cor Unum” e dal sottosegretario monsignor Segundo Tejado Muñoz, ha come tema “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone“. Un passo che, tratto dalla Lettera agli Ebrei, si cala nei giorni d’oggi con una forte attualità e pregnanza, richiamando ad aspetti fondamentali per la vita cristiana come l’attenzione all’altro, la reciprocità e la santità personale.
Un percorso di amore e di carità che muove innanzitutto dal bisogno di fare attenzione: ” il verbo greco usato è katanoein – scrive Benedetto XVI – che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà”. E già questo può bastare a chiedersi quale è il grado di attenzione che rivolgiamo a quanto ricade fuori dalla nostra sfera personale, dai propri interessi ed egoismi. Quel richiamo a “rendersi conto della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell’occhio del fratello”, la dilagante indifferenza verso tutto ciò che è altro dal nostro ego trovano nel messaggio per l’ormai prossima Quaresima un invito a una profonda riflessione sul proprio essere cristiani e uomini.
“Il verbo che apre la nostra esortazione – sottolinea papa Ratzinger – invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata»“.
Ecco dunque un invito per una profonda revisione delle nostre vite e di atteggiamenti spesso ingenerati dalla velocità, dalla distrazione indotta dai ritmi quotidiani e, talvolta, da una vera e propria “anestesia spirituale” che fa da schermo a quella consapevolezza e a quel “comandamento dell’amore” che dovrebbe portare a una attenzione – appunto – e quindi a una condivisione e comunione con l’altro.
“Il grande comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell’altro un vero alter ego”. Benedetto XVI indica questo “sguardo di fraternità” come la strada per giungere a una naturale e spontanea solidarietà, giustizia, misericordia e compassione.
La cronaca e i fatti che accadono ogni giorno nelle nostre città, ispirati alla più sorda indifferenza, aiutano a comprendere in profondità lo spirito di questo messaggio e una sorta di deriva della fratellanza su cui nel 1967 aveva levato il suo monito anche Paolo VI, rilevando nell’enciclica “Populorum progressio” come “il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli“.
Un labirinto dell’indifferenza e dell’egoismo dal quale si può uscire coltivando per gli altri un desiderio di bene fisico, morale e spirituale, recependo le altrui necessità e facendo in modo di fronteggiarle, siano a creare una sorta di catena del bene. Non a caso papa Benedetto cita come monito contro l’indifferenza le parabole dell’evangelista Luca relative al buon Samaritano (dove si trova appunto la compassione verso l’uomo derubato e malmenato dai briganti) e quella del ricco epulone che conduce la sua vita di sfarzo indifferente alla povertà di Lazzaro il quale morirà di fame proprio dinanzi alla sua porta.
Una sordità che è calata come nebbia fitta sulle nostre società, soffocando ogni attenzione e ogni sentimento di misericordia. Ma papa Benedetto indica come via di uscita da questo generale torpore “l’umiltà di cuore e l’esperienza personale della sofferenza” che “possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all’empatia”.
Nel messaggio il pontefice si sofferma poi su un aspetto della carità cristiana che ritiene caduto in oblio, ovvero l’attenzione non solo ai beni materiali ma anche a quello spirituale, in vista della salvezza. “Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene”.
Dunque un sostegno e una “correzione” anche spirituale come segno di attenzione, di carità e di amore in vista di quella reciprocità che fa sì che “la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale”.
Una strada che esige impegno e non permette scorciatoie, richiedendo di spendersi in prima persona senza riserve e senza “tiepidezza”, ricordando l’insegnamento dei maestri spirituali secondo i quali “nella vita di fede chi non avanza retrocede”. E avanzare significa anche tendere alla “misura alta della vita cristiana”, come scriveva Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “Novo millennio ineunte”, seguire e imitare quegli esempi di santità che la Chiesa ha proposto e propone.
Con l’augurio di Benedetto XVI che “di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone”.

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